Sorpresa pasquale

Mattina di Pasqua. Sto andando a tentoni a farmi il caffè, il soggiorno è un groviglio di parenti addormentati, il divano-letto occupa quasi tutto lo spazio. Mentre cerco di ricordarmi chi sono e a casa di chi, suona il campanello. Mando il marito ad aprire, perchè sono in pigiama, ma poi la curiosità prevale. Apro io. Dallo spiraglio emerge una scena a metà tra il grottesco e l’horror: due distinti signori in giacca e cravatta, la faccia composta in un’espressione di compunta serietà, mi fissano dai due lati di una bara. Anche la bara, curiosamente, dall’alto della sua statura sembra fissarmi. La visione ha il potere di svegliarmi all’istante. “È la porta accanto”, esclamo, e mai frase uscì con tanta letizia dalle mie labbra. Uno dei due necrofori si scusa: “Sa, non c’era il nome sulla porta”. “S’immagini”, rispondo sorridendo, sorvolando sul fatto che sulla mia, di porta, il nome c’è eccome. Richiudo, e soffocando le risate ordino perentoriamente al Talebano di toccarsi tutto il toccabile. Poi, afferrando qualunque oggetto metallico mi capiti sottomano, vado a farmi il caffè.

Ringrazio gli amici che sono passati a salutarmi durante la mia assenza. Vorrei trincerarmi dietro un “motivi familiari”, ma la mamma non mi ha firmato la giustificazione. Perciò, poche balle: ho bigiato.