Era già tutto previsto. Vita col Talebano, tra i (dis)piaceri dell’anarchia e quelli dell’ordine

Avrei dovuto capire. Già la prima volta che entrai a casa sua, un paio di stanzette sudice addossate a un porticciolo di pescatori che divideva con altri due o tre universitari come lui, mi si parò dinanzi la cruda verità. Ma non volli vederla.
Il suo letto era un groviglio di geometrie non euclidee; si sarebbe detto che a dormirci venissero le piaghe da decubito. Libri, taccuini, fogli erano sparsi per tutto il pavimento. Cumuli di vestiti occupavano le sedie, rotoli di calze sbucavano da sotto il materasso. La cucina era un delirio di incompetenza. Il bagno nel suo squallore avrebbe dovuto scoraggiarmi del tutto.
Non bastò. M’illusi che il rigoroso ordine a casa dei suoi fosse la sua vera dimensione, e che quel nido da sorci in cui viveva fosse solo una parentesi, una follia trasgressiva da fuoricorso, il copione di un single.
Ah la mania tutta femminile di vedere l’oro dove c’è peltro! Sciagurata ossessione da crocerossina. Vidi quello sfacelo, e pensai: “Io ti salverò. La nostra casa sarà linda e accogliente, aperta agli amici, focolare di gioie culinarie, oasi di riposo tra ordinate librerie e scintillanti vetrinette con soli due o tre ninnoli sceltissimi. L’arrederemo con gusto e sobrietà, l’abbelliremo nei minimi particolari, la cureremo come i nostri stessi occhi”.
Ripensavo a tutto questo ieri sera, mentre scavalcavo il vasetto di colla lasciato da mia figlia in mezzo al soggiorno. I panni da stirare, ormai secchi e pure stufi di essere spostati da una sedia all’altra, si sono accaparrati il divano, e noi guardiamo la tv seduti sul pavimento. L’asse da stiro è un pezzo di mobilio come gli altri, e funge anche da carrello di servizio durante i pasti, da vassoio per la posta, da stazione di passaggio per le cianfrusaglie che non sappiamo bene se buttare o riporre da qualche parte.
L’arredamento non è che un’accozzaglia dei nostri diversissimi gusti; la mia incompiuta passione per il design e il colore, per il coloniale e il retrò, insomma per tutto ciò che contenga un minimo di personalità e di charme si scontra con la sua fondamentale piattezza alla Aiazzone, riassumibile nel concetto: se costa poco, va bene.
L’Ikea ci ha salvato dal fare troppi danni; ma la mancanza di un’idea complessiva, di una personalità definita, si avverte appena si mette piede in casa. E comunque, in mezzo ai cumuli di carte, giornali vecchi di tre anni, giocattoli infelici, occhiali rotti, penne che non scrivono, libri mai finiti e libri che non si vorrebbe finissero mai; in mezzo ai floppy, cd, cavetterie, videocassette, accessori per passeggini, depliant dimenticati, vecchi telefoni fuori uso; insomma in mezzo ai detriti che si sta trascinando a valle il fangoso fiume della nostra vita, anche se ci fosse una personalità, sarebbe soffocata e negletta.
Ho cercato di porre riparo. Disperata e urlante o sottomessa e implorante, ricattatoria, insofferente, esasperata, ho provato; ho provato con la gentilezza, con l’esempio, con l’altruismo, con il compromesso; ho stilato decaloghi, promosso riunioni familiari, minacciato scioperi, adottato il chissenefrega. Non funziona. Il germe maledetto si è impossessato anche di me; il demone che ti fa lasciare lo sportello aperto, i panni in lavatrice, la padella fuori posto, i vestiti sul letto, le scarpe dove capita.
Allora ho tentato con l’autodisciplina. Ho comprato un libro di Feng Shui dal titolo promettente: Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa. L’ho letto, assimilato, digerito e ho iniziato a metterlo in pratica: mezz’ora, poi basta. Non è possibile proseguire, perchè non puoi applicare il Feng Shui alle cose di un altro. Ogni angolo che cerco di svuotare, ogni cassetto che vorrei riordinare, ogni carta che dovrei spostare è del Talebano. Non si tocca.
L’ho accusato: per colpa tua l’energia del Chi non può fluire,  hai invaso i miei spazi, hai marcato il territorio come un gatto che piscia agli angoli. Ha fatto spallucce.
Non so più che fare. Sogno il momento in cui potrò di nuovo dare una cena, accogliere un vicino inatteso, trovare subito un collant. Per adesso, se capita qualche amica pietosa che non si spaventa di entrare nella mia palude, la dirotto in cucina, con l’unico scopo di farle sbirciare la calamita sul frigorifero. E’ un pezzo di plastica con la caritatevole scritta: “La mia casa ieri era pulita, peccato che te la sei persa”.