Sottrazioni. Ancora sui (dis)piaceri dell’anarchia e quelli dell’ordine, con brevi accenni al Talebano

E’ incredibile di quante cose riusciamo a fare senza quando non le abbiamo sottomano. Abbiamo finalmente fatto imbiancare la casa. Un mese fa. Da allora, centinaia di oggetti/libri/suppellettili sono inutilizzabili, conservati in scatoloni o accatastati sotto il tavolo, e tiriamo avanti benissimo lo stesso.
Mi domando: se sono sopravvissuta un mese intero senza quella crema ammorbidente per i talloni, priva delle dispense del corso di diritto del lavoro del 1995, orbata dell’opuscolo sul fungo di Borgotaro, non sarà perchè queste cose sono assolutamente inutili? Non è che potrei fare a meno del terzo paio di forbici e della videocassetta che illustra le meravigliose performance della Vaporella? E ancora,  non è che tre ferri da stiro, in una casa dove quasi non si stira, sono troppi? E già che ci sono, perchè il Talebano, quando non trova più camicie nell’armadio, invece di stirarsele, se le va a comprare?
Domande profonde, bisogna darmene atto, domande esistenziali, domande molto Feng Shui.
Domande alle quali si può rispondere in molti modi.
Se fossi mia madre, mi risponderei che siamo una famiglia di lavativi e disordinati, e che dovrei buttare via tutti quei libri inutili e mettere subito a posto i ferri da stiro tranne uno, col quale devo mettermi a stirare stasera stessa e non smettere finchè non ho FINITO TUTTO.
Se fossi il mio amico Giovanni, che conserva gelosamente la sua prima tessera del PCI, mi permetterei garbatamente di notare che forse abbiamo preso una deriva consumista, e mi consiglierei vivamente di associarmi a Bilanci di Giustizia, l’associazione i cui membri rinunciano al superfluo e vivono da poveri in modo da non sentirsi in colpa verso i poveri che sono poveri anche se non rinunciano a niente.
Se fossi la mia amica Francesca, mi direi: ma sei scema? Fai stirare lui, no?
Se fossi la mia amica Emma Marta, butterei tutto nella spazzatura. Senza se e senza ma. La mia amica Emma Marta è molto Feng Shui, anzi l’ha inventato lei, senza sapere che i Cinesi ci avevano già pensato prima.
Ma io sono io: tendenzialmente anarchica, con un SuperIo feroce, attaccata ai ricordi come una zitella della Prima Guerra Mondiale, allevatrice di sensi di colpa grossi come ippopotami, e moglie di un Talebano.
Perciò dovrò accontentare tutte le mie anime.
Dovrò tenere qualcosa di inutile. Per forza. Qualcosa di irrimediabilmente superfluo, come un mazzo di chiavi che non apre niente, o quell’assurdo paio di orecchini che comprai solo per far contento il vu’ cumprà. Saranno una piccola riserva di libertà nascosta.
Poi dovrò salvare qualcosa della categoria potrebbe sempre servire. La sparagnina che è in me lo esige. Quel tailleur dove non entrerei neanche se m’infilassero nella macchina del sottovuoto e poi mi ungessero con olio per motori andrà benissimo; ma anche le ricette ritagliate dalle confezioni di pasta frolla, o la cartina stradale di Roma vecchia di vent’anni.
Ancora. La mia delicata anima sentimentale vorrà contemplare nei secoli il biglietto d’ingresso alla Scala per la Tosca e il depliant delle vacanze a Ponte di Legno del 2003.

Non è finita. Ci sono le cose che, semplicemente, non ho il coraggio di buttare, come la collezione completa di Musiche dal Mondo di “Avvenimenti” (mai ascoltata), o le bomboniere degli infiniti battesimi e matrimoni che il mio monumentale clan celebra in continuazione. Sono evasa dal mio pianeta natale per risparmiarmi le cerimonie, ma sono così carini  e mi vogliono così tanto bene che mi mettono apposta da parte i deliziosi piattini decorati, gli oggettini in cristallo e i minuscoli portaritratti, così che la mia casa anche ad anni luce di distanza assomigli a quella della zia.E infine. C’è la roba del Talebano. Intoccabile. Eterna. Immane. Metri cubi di roba impilata, un blob informe da cui spuntano cavi e scivolano dischetti, sbucano fogli e ammiccano matite. Non è disordine: è Entropia. Per questa ci sono due strade: a) sopportare e b) cambiare le leggi della Termodinamica. Temo che la seconda non sia praticabile.