La mia Carlotta odia i piselli

Come fare battaglie fricchettone, di puro capriccio individuale, che distruggono anni di progressi e conquiste civili e sociali

C’erano una volta i poveri.
Non sto parlando dei miserabili, quelli che non andavano a scuola perché dovevano faticare.
Sto parlando dei poveri che tornavano a casa da scuola, mangiavano il piatto di pasta o di polenta e poi facevano i compiti mentre c’era luce, per risparmiare sulla bolletta.
La loro mamma di solito era casalinga. Se lavorava fuori, la mattina alle cinque preparava caffè e pastasciutta, benedicendo l’invenzione del frigorifero. Generazioni intere hanno mangiato pasta fredda, mentendo alla mamma che si raccomandava di scaldarla bene.
Poi il mondo è cambiato, le donne hanno cominciato in massa a studiare, laurearsi, avere posti di responsabilità. Hanno capito che, soprattutto nelle grandi città, lasciare i figli alla vicina o alla nonna ottantenne non era un’alternativa. Hanno chiesto e ottenuto, faticosamente, con lunghe battaglie, scuole a tempo pieno, orari di entrata e uscita flessibili, scuolabus, mense: in una parola, servizi che consentissero sempre a più madri (e padri) di conciliare i tempi di vita e di lavoro, e quindi sempre a più donne di affrancarsi dal lavoro casalingo forzato e trovarsi un’occupazione retribuita.
Questi servizi: tempo pieno, mensa, trasporti scolastici, sono servizi ormai essenziali, sono il cuore del welfare e sono stati lo strumento dell’emancipazione femminile, dappertutto. Infatti, dove mancano (vedi Sud Italia ) abbiamo un calo drammatico dei numeri di donne occupate e indici economici e sociali peggiori.
Perché dico queste cose ovvie?
Perché ce le stiamo dimenticando.
Come stiamo dimenticando la funzione sociale, sanitaria ed educativa della mensa: che è di dare un pasto sano e d equilibrato a tutti, anche ai più poveri (che dappertutto hanno diritto a sconti o esenzioni sulla retta). A mensa siamo tutti uguali, tutti abbiamo davanti le odiate verdure e non c’è nessuno più fortunato o più sfortunato. La mensa comune è socializzazione e adattamento, serve a imparare a mangiare quel che c’è , e non solo i manicaretti preparati da mammina. Può essere un’occasione di confronto di culture: ad esempio il Comune di Milano ha sperimentato, negli anni passati, i menu ispirati ai Paesi stranieri da cui provengono tanti bimbi milanesi.
Ma tutto questo è troppo comunista per le mamme whazzappe*. Pasti uguali per tutti? Non sia mai. Assaggiare patti di altri Paesi? Orrore. Molti genitori milanesi gridarono all’invasione culinaria in quell’occasione. Accontentarsi di quel che passa il convento? Sopraffazione.
Non mi stupisce che la battaglia di Torino per il pasto portato da casa sia stata importata a Milano. Non mi stupisce perché questa è l’epoca dell’individualismo. La mensa fa schifo? Tu, mamma in Commissione Mensa, dovresti fare il diavolo a quattro per far migliorare il servizio. È troppo cara, o ci sono cose che non ti quadrano nella procedura? Idem: sono soldi pubblici, hai tutti diritti per protestare, lottare, fare casino, insieme agli altri genitori.
E invece no. Il tema è: la mia Carlotta** odia i piselli, a mensa fanno sempre piselli e pure schifosi, quindi non prenderà più i pasti della mensa. Fate quel che volete, per me agli altri bambini potete dare pure bucce di patate, a me interessa solo mia figlia. E in questo delirio di individualismo, non scevro da una punta di autocompiacimento teatrale, si dà un panino alla povera bambina, ingiungendole di mangiare quello a mensa.
Ora, mi ascolti bene, cara signora della Commissione Mensa.
Punto primo, l’Ordinanza del Tribunale di Torino non si applica altrove. Non è una legge dello Stato, è appunto un’ordinanza e si applica al solo caso considerato; oltretutto è suscettibile di impugnazione.
Punto secondo, ci sono delle regole. A mensa si mangia quel che passa la mensa, per motivi sia igienici che educativi; ma basterebbero quelli igienici. La scuola non può essere responsabile del botulino nel tuo tiramisù casalingo.
Punto terzo: costringere tua figlia ad affrontare l’esclusione dalla mensa pur di avere il pretesto di fare casino e chiamare un avvocato a casa mia è maltrattamento di minore. È colpa tua se è accaduto ed è colpa tua se crescerà convinta che se ti danno merda da mangiare, la cosa da fare è portarsi un bel panino fatto in casa e sbocconcellarlo in faccia a tutti, e gli altri mangino pure merda, chi se ne frega.

*Sì, l’ho appena inventato. Mamma whazzappa. Sapete di che parlo.
**nome di fantasia.

Regole per i giorni piovosi

1. L’ombrello non si tiene in orizzontale. Non sei un cavaliere a cavallo e non è una giostra, è un vagone della metro.
2. L’ombrello non si scuote e non si apre e chiude repentinamente mentre sei sulle scale, schizzando in giro.
3. L’ombrello non si sgocciola sui piedi dei vicini mentre sei beatamente seduto.
4. Fai attenzione qui: l’ombrello non si usa per indicare, non è un supporto alla comunicazione e non puoi agitarlo in aria per spiegare a quel signore dov’è via Broletto.
5. L’ombrello non è fungibile. All’uscita dal negozio, ristorante, ufficio o salone di bellezza, non puoi prendere dal portaombrelli il primo che ti capita: devi riprenderti il tuo.