Un 25 aprile dalla parte del torto

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Ho commesso un grave errore. Non è la prima volta, quindi è diabolico. Ho scritto a un forum famoso e ultracliccato una lettera sincera e piuttosto ingenua sul 25 aprile. Sul perchè porto mia figlia a sfilare insieme a Partigiani ottuagenari e a ex deportati in carrozzella. Nella mia lettera c’erano parole come “antifascismo” e “Costituzione”. Offese mortali al sentire comune di oggi.

Mi hanno risposto, via mail, in molti. Tutti contro. Tutti, tranne uno, insultandomi pesantemente. La più elegante mi ha dato della capra. Il più becero si è sfogato in tutte maiuscole contro i Komunisti. Questi sono lettori del corriere.it, mica analfabeti. Eppure.

Sono analfabeti, non c’è dubbio. Non conoscono l’abbiccì della civile convivenza, del dialogo, del ragionamento. Si nascondono dietro l’anonimato di una mail per sfogare la rabbia.

Ma il problema è: da dove viene questa rabbia? Questo si dovrebbe chiedere oggi un politico. Se venti persone, considerando una lettera sul 25 aprile una provocazione, si scagliano contro una sconosciuta per vomitare insulti,  ci sarà un motivo?

Sarà che hanno perso il posto, hanno visto troppi raccomandati sorpassarli, sono stufi delle tasse, hanno paura degli zingari? Sarà che il Grande Fratello non basta più a occupare le menti? Sarà che sentono, confusamente, che la loro vita è peggiore di quella dei loro padri, ma non sanno che farci a parte dare la colpa ai comunisti?

E veniamo ai comunisti. Non uno di loro mi ha scritto. Neanche un ex-comunista, neanche un pd, neanche un margheritino. Neanche un socialista. Non uno di sinistra o almeno di centro che abbia sentito la voglia di rispondere.

Ci possono essere più motivi. Il primo è che quel forum è frequentato da gente prevalentemente di destra. Il secondo che di solito se uno è d’accordo non spreca tempo a scriverlo. Ma il terzo è quello più inquietante.

Il popolo di sinistra non è arrabbiato, è rassegnato.

Ma qualcuno se ne accorge? E soprattutto, a qualcuno importa?

Dolore privato e pubblica isteria

Abbiamo sollevato due bicchieri di birra analcolica pronunciando le parole: “in memoriam”.

E basta. Non c’era bisogno di altro.

Da più parti ho sentito invocazioni al silenzio, ma poi nessuno tace.

E allora, parliamone.

In questi mesi molti italiani si sono trovati a riflettere sulla vita e sulla morte. Sul diritto a morire e sul diritto a vivere. Molti, grazie a questa vicenda, hanno capito da che parte stanno. Molti sono passati dall’altra parte. Cattolici convinti disorientati dalle gerarchie. Atei dichiarati che portavano bottiglie d’acqua. Molti strilli, pochi dubbi.

Ecco, ho ammirato le parole di Fini: parole pacate, esprimevano una cosa umanissima e civile: dubbio su che cosa è meglio, massimo rispetto per chi deve decidere, dal padre al Presidente Napolitano.

Questo dimostra che una cosa è lo spessore morale, un’altra il colore politico. Una cosa è essere divisi dalle opinioni, un’altra essere divisi dall’odio.

Io non odio la Binetti. Avrei tutte le ragioni per farlo: per colpa sua, il Pd è un partito impresentabile. Per colpa sua, non lo voterò più. Per colpa sua, l’Italia è un Paese più arretrato di quel che potrebbe essere. Dico per colpa sua, intendo “per colpa della pattuglia teodem”. Ricordiamoci che è stata Binetti e la sua cricca a ispirare l’obbrobrio della legge sulla fecondazione assistita.

Ma non la odio. Ne combatto le idee, nel mio piccolo. Umanamente mi fa pena. Politicamente mi fa paura.

La Binetti, invece, odia quelli che non la pensano come lei.

Ampliamo il concetto: il “partito della Vita”, trasversale e accanito, furioso e urlante, odia con tutte le sue forze chi non ne fa parte. Tanto da insultare, lanciare anatemi, minacciare legalmente e fisicamente gli avversari. Sempre in nome della Vita, sia chiaro.

Questo accaparramento del termine Vita è la cosa più oscena. Come se tutti gli altri fossero per la morte. Si sono accaparrati anche i termini “amore” e “Dio”, come se Dio avesse mai firmato qualche loro appello, o tenuto qualche striscione.

Ovvio che il Papa si ritenga il depositario della Verità. E’ una delle sue qualifiche: infallibile. Ma come ogni patente, va riconosciuta solo nel ristretto ambito in cui è stata rilasciata. Cioè, in soldoni: le sue parole valgono per i cattolici. Come stringente insegnamento da osservare, anche se poi su certi temi i cattolici, e i politici cattolici in primis, non lo seguono proprio. Ma per tutti gli altri, le parole del papa valgono, devono valere quanto quelle di chiunque altro: non ha supremazia giuridica nè morale sull’intera società.

E’ questo il punto critico. Il papa, le gerarchie, i cattolici non ci stanno. Pretendono che i loro dogmi e valori valgano per tutti. Pretendono che solo i loro siano valori, e quelli degli altri sono sprezzantemente bollati come disvalori, ideologie, relativismo.

Questo è il rischio enorme che si corre oggi: che la legge sul testamento biologico rispecchi solo una parte della società, e non tutta. Che pretenda di governare nel dettaglio la complessità del morire, sottraendo spazio alla libertà individuale e alla responsabilità del medico.

Io dico: meglio nessuna legge. C’è la Costituzione, ci sono i codici deontologici, bastano e avanzano.

Facciano una legge, invece, per aiutare e sostenere le famiglie con familiari in coma e in stato vegetativo, che adesso devono affrontare il calvario in solitudine, spesso rifiutate dalle strutture, sempre senza sostegni economici, senza assistenza domiciliare, senza agevolazioni di alcun tipo. Quella sarebbe una legge utile e civile.

C’era un ragazzo che come me

Aveva undici anni, come me. Lentiggini dorate su un viso da elfo, corpo spigoloso in perenne movimento, lingua già allenata alle parolacce. Un dritto, un teppistello, un delinquente in erba. Un figlio d’arte, dopotutto. Spadroneggiava in cortile e a scuola, non con i modi truculenti e spacconi del bullo grande e grosso, ma con lo sguardo sfrontato e il mento all’aria del figlio di. Non l’ho mai visto menare le mani, né alzare la voce. Non ne aveva bisogno. Adulto già nella consapevolezza precoce del vero potere: non ostentato né urlato, ma sussurrato e suggerito. Aveva in pari grado sprezzo per gli altri e dominio di sé. Onorava le regole, non quelle scritte ma quelle tacite del mondo a cui apparteneva per diritto di nascita.

Eravamo vicini di casa. Me lo ricordo in pigiama, magro e svelto, schivare le cure di una madre in apprensione per la sua recente operazione all’appendice. L’unico ragazzino che aveva pronto il regalo della promozione – e che regalo – prima ancora della pagella, e che s’impuntò per averlo anche se era stato bocciato. Lo ottenne, ovviamente. Il padre-fantasma, che nessuno vide mai e di cui nessuno osava pronunciare il nome, aveva deciso che suo figlio, futuro uomo d’onore, non poteva subire una tale punizione per una cosa così marginale come la pagella. Altri progetti erano pronti per lui.

Fu cooptato in Cosa Nostra, probabilmente ancor prima della maggiore età. Immagino la sua fierezza, l’immensa soddisfazione di seguire le orme paterne. Immagino, perché cambiai casa poco dopo averlo conosciuto, e non seppi più nulla di lui, fino a quando, anni dopo, lessi il suo nome nelle cronache dei giornali. Era un pentito sotto protezione.

Ho rimosso quel ragazzino magro dalla memoria, finché una sera d’inverno una navigata in rete, di sito in sito, di blog in blog, non mi ha portato a quel nome, quel nome per sempre legato a una faccia da undicenne.

Era morto. Mesi prima, in un incidente.

Ho detto addio a quel bambino, nato dalla parte sbagliata del pianerottolo, sul versante oscuro della montagna che separa il giusto dall’ingiusto. Forse il suo destino era scritto, forse avrebbe potuto scalare quella montagna e superare il valico. Forse. E’ troppo tardi per saperlo.

Il giorno della memoria

Tra le cose più strane che mi sono capitate nella vita, c’è il fatto di aver giocato lunghe e spassose partite a Inkognito e a Dungeons & Dragons con un simpatico, ironico, divertente, mediamente colto, promettente medico chirurgo. Il quale aveva un piccolissimo neo: era antisemita.
Potrei dire a mia discolpa che ero giovane; che era una di quelle amicizie che il moroso si porta a traino, prendere o lasciare; che all’epoca il suo “difetto” mi sembrava semplicemente innocua stupidità, non avendo io l’esperienza per comprendere quanto la stupidità sia pericolosa.
La verità è che A. giocava bene, e aveva una ragazza deliziosa, organizzatrice di buffet sfiziosissimi e grandissima spalla quando dovevo maltrattare i maschietti.  Ci divertivamo un mondo, noi quattro. Il complotto sionista, le “esagerazioni” sulla Shoah, restavano sullo sfondo, un argomento da non toccare. Ogni tanto lo stuzzicavo, perché non riuscivo a capacitarmi di come un ragazzo istruito, nell’Italia di fine XX secolo, potesse ancora parlare di razze, e sostenere che “non dovrebbero mescolarsi”. Finiva in nulla, ognuno con le sue idee, la sua ragazza s’immusoniva un po’, il mio mi diceva di piantarla, e morta lì.
Ma c’era qualcuno che voleva veramente bene ad A. Era un suo cugino, un giovane prete che risiedeva molto lontano, e che tornava a passare le feste dai parenti;  A. volle presentarcelo.
Ci trovammo noi quattro su due macchine sotto casa del prete, e qui trovammo una sorpresa, che quasi provocò un colpo al dottore. Il cugino non era solo: era accompagnato da un amico, che presentò come Daniele Cohen, giovane rabbino, conosciuto in Terra Santa.
In qualche modo A. riuscì a guidare fino alla pizzeria, ma qui appena dopo essersi seduto saltò su come un grillo perché il rabbino si era accomodato accanto a lui. Cambiò di posto, senza neppure cercare una scusa. Dal tenore dei discorsi che intraprese subito il prete, fu chiaro che aveva messo al corrente Cohen dei “problemi” del cugino.
La serata fu assai spinosa per A.; io godevo a quella tortura, anche perchè la conversazione, così penosa per per A., era per me quantomai interessante. Il prete intervistò il rabbino sul significato di diverse usanze imposte dalla religione ebraica, ed ebbe risposte argute e competenti; per il resto, il prete aveva parole affettuose per suo cugino, come se fosse stato un ragazzino decenne un po’ discolo, ma che si può ancora raddrizzare. Il rabbino era simpaticissimo, colto, perfino attraente; io e la fidanzata di A. pendevamo dalle sue labbra.
Dopo un’intera serata di supplizio, tra i resti della pizza che A. non aveva quasi toccato, e quelli di un ostinato silenzio che il dottore rompeva solo a tratti per parlare a chiunque tranne che all’ospite, il prete calò la briscola:
“Vedi A., mi sarebbe piaciuto che tu stringessi la mano al mio amico chiunque fosse e da dovunque venisse, comunque tranquillizzati, si chiama Marco e dice Messa con me”.
La faccia di A. dopo queste parole è una delle cinque cose per cui vale la pena vivere, se avete presente il Giudizio Universale di Cuore.