12/02/2008
C'era un ragazzo che come me
Aveva undici anni, come me. Lentiggini dorate su un viso da elfo, corpo spigoloso in perenne movimento, lingua già allenata alle parolacce. Un dritto, un teppistello, un delinquente in erba. Un figlio d'arte, dopotutto. Spadroneggiava in cortile e a scuola, non con i modi truculenti e spacconi del bullo grande e grosso, ma con lo sguardo sfrontato e il mento all'aria del figlio di. Non l'ho mai visto menare le mani, né alzare la voce. Non ne aveva bisogno. Adulto già nella consapevolezza precoce del vero potere: non ostentato né urlato, ma sussurrato e suggerito. Aveva in pari grado sprezzo per gli altri e dominio di sé. Onorava le regole, non quelle scritte ma quelle tacite del mondo a cui apparteneva per diritto di nascita.
Eravamo vicini di casa. Me lo ricordo in pigiama, magro e svelto, schivare le cure di una madre in apprensione per la sua recente operazione all'appendice. L'unico ragazzino che aveva pronto il regalo della promozione - e che regalo - prima ancora della pagella, e che s'impuntò per averlo anche se era stato bocciato. Lo ottenne, ovviamente. Il padre-fantasma, che nessuno vide mai e di cui nessuno osava pronunciare il nome, aveva deciso che suo figlio, futuro uomo d'onore, non poteva subire una tale punizione per una cosa così marginale come la pagella. Altri progetti erano pronti per lui.
Fu cooptato in Cosa Nostra, probabilmente ancor prima della maggiore età. Immagino la sua fierezza, l'immensa soddisfazione di seguire le orme paterne. Immagino, perché cambiai casa poco dopo averlo conosciuto, e non seppi più nulla di lui, fino a quando, anni dopo, lessi il suo nome nelle cronache dei giornali. Era un pentito sotto protezione.
Ho rimosso quel ragazzino magro dalla memoria, finché una sera d'inverno una navigata in rete, di sito in sito, di blog in blog, non mi ha portato a quel nome, quel nome per sempre legato a una faccia da undicenne.
Era morto. Mesi prima, in un incidente.
Ho detto addio a quel bambino, nato dalla parte sbagliata del pianerottolo, sul versante oscuro della montagna che separa il giusto dall'ingiusto. Forse il suo destino era scritto, forse avrebbe potuto scalare quella montagna e superare il valico. Forse. E' troppo tardi per saperlo.
13:22
Scritto da : fen_church
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27/03/2006
sei anni, e non sentirli
Ora di dormire. Si accuccia col pupazzo sulla pancia, un braccio intorno a me. La mamma nell'esercizio delle sue funzioni. Non delle sue facoltà, temo.
"Mamma, ti ricordi che ho visto la coccinella ed ho espresso il desiderio?" "Sì". "Ma poi chi li avvera i desideri?" Silenzio. Pausa. "Ma si avverano, mamma? Mamma, vero che se vogliamo qualcosa tanto tanto il desiderio non si dice? Io non te lo dico." "No, certo. Se vogliamo qualcosa tanto tanto magari possiamo fare qualcosa perchè si avveri". "Sì ma soprattutto ci dobbiamo pensare bene, sai mamma? Ci dobbiamo pensare bene per chiedere una cosa che vogliamo veramente, perchè se chiediamo una cosa che non vogliamo veramente poi bisticciamo con noi stessi. E non è bello litigare con se stessi". Silenzio. Pausa. "Ma quando si avvera, poi me lo dici che desiderio era?" "Mamma ma secondo te Dio esiste?" Silenzio. Pausa. "Mamma? Esiste? Secondo te?" Respiro profondo: "Ssssì". (Bugiarda, bugiarda, andrai all'inferno). "Secondo me... non lo so. Non so che cosa pensare". "Vabbè, ci penserai domani. Buonanotte". "Buonanotte, mammina".
13:40
Scritto da : fen_church
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