11/02/2009

Life crimes and the Vatican

Come disse Flaiano, in Italia tutto ciò che non è vietato diventa obbligatorio.

Vivere, ad esempio.

Ma non per tutti: papi e barboni sono esentati. Certo, non devono fare casino, zitti zitti e non sporchiamo in giro.

L'ultimo barbone è stato dispensato qualche notte fa, a Milano: è l'ottavo quest'inverno. Gli è stata trovata in tasca l'autorizzazione prefettizia con la controfirma del vescovo: un bel nulla osta a tirare le cuoia per fame e freddo.

Berlusconi ha commentato a caldo: "Non è colpa mia. Mi è stato impedito di andare a salvarlo, qualcuno mi ha messo le ganasce alle ruote. Ma l'hanno visto, è un uomo anziano, abbiamo i connotati, lo prenderemo".

La Moratti, appresa la notizia, ha subito fondato una società partecipata con il 51% dal Comune e il 49% da un'altra società, a sua volta  partecipata al 51% dal Comune, nel cui consiglio d'amministrazione ha messo se stessa, una dirigente d'ASL con procedimenti penali a carico (per non perdere l'abitudine) e un rappresentante di San Patrignano. Insediato il Consiglio, decisa la sottoscrizione di capitale, è passata a occuparsi dell'Expo dimenticandosi completamente la faccenda.

 

10/02/2009

Dolore privato e pubblica isteria

Abbiamo sollevato due bicchieri di birra analcolica pronunciando le parole: "in memoriam".

E basta. Non c'era bisogno di altro.

Da più parti ho sentito invocazioni al silenzio, ma poi nessuno tace.

E allora, parliamone.

In questi mesi molti italiani si sono trovati a riflettere sulla vita e sulla morte. Sul diritto a morire e sul diritto a vivere. Molti, grazie a questa vicenda, hanno capito da che parte stanno. Molti sono passati dall'altra parte. Cattolici convinti disorientati dalle gerarchie. Atei dichiarati che portavano bottiglie d'acqua. Molti strilli, pochi dubbi.

Ecco, ho ammirato le parole di Fini: parole pacate, esprimevano una cosa umanissima e civile: dubbio su che cosa è meglio, massimo rispetto per chi deve decidere, dal padre al Presidente Napolitano.

Questo dimostra che una cosa è lo spessore morale, un'altra il colore politico. Una cosa è essere divisi dalle opinioni, un'altra essere divisi dall'odio.

Io non odio la Binetti. Avrei tutte le ragioni per farlo: per colpa sua, il Pd è un partito impresentabile. Per colpa sua, non lo voterò più. Per colpa sua, l'Italia è un Paese più arretrato di quel che potrebbe essere. Dico per colpa sua, intendo "per colpa della pattuglia teodem". Ricordiamoci che è stata Binetti e la sua cricca a ispirare l'obbrobrio della legge sulla fecondazione assistita.

Ma non la odio. Ne combatto le idee, nel mio piccolo. Umanamente mi fa pena. Politicamente mi fa paura.

La Binetti, invece, odia quelli che non la pensano come lei.

Ampliamo il concetto: il "partito della Vita", trasversale e accanito, furioso e urlante, odia con tutte le sue forze chi non ne fa parte. Tanto da insultare, lanciare anatemi, minacciare legalmente e fisicamente gli avversari. Sempre in nome della Vita, sia chiaro.

Questo accaparramento del termine Vita è la cosa più oscena. Come se tutti gli altri fossero per la morte. Si sono accaparrati anche i termini "amore" e "Dio", come se Dio avesse mai firmato qualche loro appello, o tenuto qualche striscione.

Ovvio che il Papa si ritenga il depositario della Verità. E' una delle sue qualifiche: infallibile. Ma come ogni patente, va riconosciuta solo nel ristretto ambito in cui è stata rilasciata. Cioè, in soldoni: le sue parole valgono per i cattolici. Come stringente insegnamento da osservare, anche se poi su certi temi i cattolici, e i politici cattolici in primis, non lo seguono proprio. Ma per tutti gli altri, le parole del papa valgono, devono valere quanto quelle di chiunque altro: non ha supremazia giuridica nè morale sull'intera società.

E' questo il punto critico. Il papa, le gerarchie, i cattolici non ci stanno. Pretendono che i loro dogmi e valori valgano per tutti. Pretendono che solo i loro siano valori, e quelli degli altri sono sprezzantemente bollati come disvalori, ideologie, relativismo.

Questo è il rischio enorme che si corre oggi: che la legge sul testamento biologico rispecchi solo una parte della società, e non tutta. Che pretenda di governare nel dettaglio la complessità del morire, sottraendo spazio alla libertà individuale e alla responsabilità del medico.

Io dico: meglio nessuna legge. C'è la Costituzione, ci sono i codici deontologici, bastano e avanzano.

Facciano una legge, invece, per aiutare e sostenere le famiglie con familiari in coma e in stato vegetativo, che adesso devono affrontare il calvario in solitudine, spesso rifiutate dalle strutture, sempre senza sostegni economici, senza assistenza domiciliare, senza agevolazioni di alcun tipo. Quella sarebbe una legge utile e civile.